Oltre la psicocinetica

Il 1997 ha segnato l’inizio di ciò che Jean Le Boulch ha definito “il cammino funzionale”, che lo porterà a sviluppare il metodo e suffragare la scienza di nuovi importanti contributi e influenti integrazioni. Proprio in questo periodo ci ha offerto una prima definizione della psicomotricità funzionale:

La psicomotricità funzionale non è una facoltà particolare né una tecnica, è un procedimento globale e pluridisciplinare che tiene presenti gli sforzi d’aggiustamento motorio del soggetto nelle diverse situazioni in cui è chiamato a risolvere il problema in base a quella situazione e contribuisce all’organizzazione funzionale e alla condotta dell’atteggiamento umano, sia che essa sia strumentale o mentale. La psicomotricità funzionale si applica sia a coloro che hanno uno sviluppo normale o che presentano disarmonie o sono disabili, e a soggetti di ogni età, lo scopo non è l’apprendimento di una cosa, ma l’agire sullo sviluppo funzionale della persona al fine di facilitarle l’apprendimento. […]

La mia posizione è vicina a quella di Wallon, che ha difeso la necessità di un’educazione attraverso il movimento, la cui base è rappresentata dall’educazione psicomotoria che si applica a tutti i soggetti in sviluppo. La finalità della nostra azione sull’uomo è lo sviluppo della persona, come condizione di un migliore adattamento del comportamento alle norme socio-culturali e dell’acquisizione della responsabilità nel quadro della vita sociale (Le Boulch, UPD).

Le Boulch con tale posizione, è andato sostanziando, progressivamente, una diversa visitazione della psicocinetica, guidato dal principio della pluridisciplinarità e dei dati scientifici acquisiti dalle scienze umane e dalle scienze biologiche o neuroscienze, e, con il sostegno dei contributi pedagogici di John Dewey (1859-1952) e di quelli, sia pedagogici che psicologici, di Édouard Claparède (1873-1940), ha legittimato il termine “funzionale” dato alla psicomotricità; una disciplina rivolta alla persona di ogni età. La psicomotricità funzionale si differenzia dai modelli che studiano solo il movimento anziché l’interfunzionalità e l’interrelazione delle diverse manifestazioni; essa ha il compito di precisare le funzioni su cui intervenire utilizzando il movimento, creare i presupposti per un’esperienza di sviluppo e risvegliare ogni nuova capacità di adattamento all’ambiente. Per questo la psicomotricità funzionale impone un’analisi funzionale complessa, rivolta oltre che all’analisi del movimento, all’analisi psicologica e biologica della condotta, ottimo punto di riferimento per osservare in modo mirato la persona, conoscerne le limitazioni accumulate attraverso varie tappe evolutive, ciò che ne compromette una certa autonomia, la disponibilità del proprio corpo e ogni nuova capacità di adattamento all’ambiente. È dunque un’analisi per scoprire i punti di forza e i punti deboli, tradotti dalla fitta rete delle funzioni biologiche, neurologiche e psico-affettive, tre piani su cui agire che corrispondono a tre quadri: Quadro Biologico, Quadro Neurologico e Quadro Funzionale. È a questi quadri che si collega una cascata di conoscenze e di emergenze a cui non sfugge che ogni individuo ha necessità di un percorso suo personale e che bisogna intervenire dopo aver osservato la condotta, valutato la qualità della risposta agli stimoli, conosciuto i processi mentali che la regolano e l’intenzionalità che conduce all’azione. Tutti coloro che utilizzano il movimento come supporto per migliorare le funzioni dei soggetti di varie età devono conoscere le varie tappe evolutive delle diverse funzioni e devono essere in grado di compiere un’analisi funzionale per un conseguente intervento indirizzato ad ottenere un opportuno adattamento alle situazioni-problema a seconda delle necessità dei singoli soggetti.

Si fa presto a dire che bisogna sviluppare le funzioni, tutti lo fanno, ma il problema diventa più difficile quando bisogna dire quale funzione sviluppare e come.

Vi suggerisco di tenere sempre presente che la persona nella sua globalità è fatta di funzioni diverse che interferiscono fra loro, per questo la strategia funzionale favorisce le iniziative che conducono a mettere in atto un processo mentale, creare armonia nella funzione energetico-affettiva, sollecitare un sano interesse per l’ambiente e una serie di azioni per attivarne lo sviluppo (Le Boulch, UPD).

Dal professor Le Boulch si ha quindi conferma che deve essere l’analisi funzionale a tener conto della cronologia dello sviluppo, delle particolarità individuali, dell’adattamento alle situazioni problema, dell’efficacia della persona, ad intervenire sulla realtà, sul recupero, mantenimento o miglioramento del proprio bagaglio funzionale.

L’analisi funzionale ci aiuterà a preparare progetti in cui il movimento, sotto-forma di attività, le più idonee ai bisogni ed alle motivazioni dei soggetti, servirà da strumento per consentire alle persone di raggiungere la piena consapevolezza di sé nella propria globalità e nelle proprie parti ed essere in grado di valorizzare al meglio le proprie risorse funzionali per raggiungere un certo benessere (ibidem).

L’individuo, programmato da ineluttabili messaggi genetici, è il prodotto unico della propria esperienza e l’intervento dello psicomotricista funzionale è fondamentale per ristabilire il legame tra l’aspetto affettivo-energetico e quello operativo. L’interazione costante tra questi due aspetti consente alla persona di svilupparsi in maniera affermativa e divenire pienamente efficace nel suo confronto con la realtà. Sono esperienze significative quelle stimolate dallo psicomotricista funzionale, che richiedono di lavorare affinché il corpo riesca a suscitare un’esperienza di sé nuova fino a spingersi ad una riappropriazione della disponibilità tonico-corporea suffragata dall’intenzione, dall’interesse e dalla motivazione. Lo psicomotricista funzionale aiuta la persona, sia essa o in difficoltà o meno, a valorizzare le proprie risorse per mezzo del movimento in un insieme strutturato in modo da favorirne l’equilibrio dei sistemi funzionali, arricchirne lo sviluppo corporeo, modulare tutte le sue espressioni, accrescerne l’abilità e la stabilità emotiva interessandosi ad essa più che all’esercizio. Lo psicomotricista funzionale, basandosi sul concetto di trasversalità dell’educazione tramite il movimento, aiuta coloro che possono essere compromessi nelle funzioni motorie, sensoriali, cognitive e psico-affettive, utilizzando le funzioni integre o alternative e valorizzando sempre più le risorse personali, fino a consentire l’acquisizione di una disponibilità corporea idonea allo sviluppo di competenze operative, il mantenimento dell’unità e della coerenza della propria persona psichica e sociale. La professionalità dello psicomotricista funzionale poggia su principi consolidati e dati teorici convalidati scientificamente e si potenzia con esperienze apprese da un lavoro pratico, i cui risultati, controllabili, hanno avuto modo di garantirne la validità. (Tratto da: Guido Pesci , La Psicomotricità funzionale,-Scienza e metodologia, Edizioni Armando, Roma 2009)

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